Licenza di licenziare

A mano a mano che si profila una fuoriuscita dalla pandemia e dall’emergenza sanitaria, si dissolve anche
l’intenzione della classe dirigente di fare tesoro di questa tragedia dell’umanità intera, correggendo errori e
rivedendo scelte economiche e politiche del passato, cambiando direzione al modello di sviluppo,
riducendo disuguaglianze e mettendo al centro la protezione, la salute ed il benessere delle persone a
partire dalle più fragili.

Di tutto ciò rimane soltanto qualche dichiarazione d’intenti, retorica e parolaia, priva
di idee, progetti e risorse. Nella sostanza, svaniscono quelle promesse fatte sotto il pericolo e
quindi in preda alla paura, alla strizza, che poi nello scampato pericolo si finge di non ricordare… E prevale
l’istinto darwiniano di riprendersi tutti i privilegi chiamandoli libertà, tutte le licenze chiamandole
normalità.

Qualcuno, magari per salvare la faccia, avanza qualche timida proposta, simbolica, un piccolo
aiuto ai giovani, quelli che non sono figli di papà, non se ne parla! I “papà di papà” non sono d’accordo ed è
patetico appellarsi al buon senso, al senso civico. I grandi proprietari non si fanno guidare né dall’uno né
dall’altro, al massimo concepiscono la carità come spot promozionale e che se si scarica dalle tasse.

Gli imprenditori – ed anche la Confindustria – non hanno mai manifestato “senso civico” in nessuna delle
situazioni di emergenza che ha vissuto il nostro paese nella sua storia: che si sia trattato di terremoti,
alluvioni, etc.; anzi “ridevano” pensando agli appalti. Adesso hanno fretta di ritornare alla
normalità rivendicando “licenza di licenziare” dimostrando ancora una volta la loro natura antisociale.

Pensate un attimo alla contraddizione primaria di questa rivendicazione spudorata in rapporto alla
campagna vaccinale. Solo qualche settimana fa, hanno preteso un protocollo che consentisse di vaccinare i
lavoratori nelle aziende, con il benestare dei sindacati. Questa rivendicazione è parsa quasi una smentita a quello che ho
affermato poc’anzi, di imprenditori e Confindustria anti-sociali e senza senso civico.. Ma non vi fate
ingannare! Forse risparmiano, perché i vaccini li prendono gratis, invece i tamponi li pagano; e, se fanno i
vaccini, immunizzano i propri dipendenti, che diventano ancora più assoggettabili e dipendenti dall’impresa. Ma come la mettiamo con la “licenza di licenziare” adesso con la campagna vaccinale in corso? Anzi, proprio
adesso che si deve vaccinare il grosso dei cittadini in età lavorativa, che fai li licenzi ed escono dal piano
vaccinale? Se gli hai fatto la prima dose, poi li licenzi; per la seconda dose, dove li mandi all’ufficio di collocamento?

Basterebbe questa considerazione per decidere che, anche ai fini del l’accelerazione della campagna
vaccinale, della tracciabilità del virus e delle possibili varianti e del raggiungimento dell’obiettivo più
importante per la ripresa e la ripartenza, che è la c.d. “immunità di gregge”, è importante che non vi siano, almeno
fino alla fine dell’anno, mobilità lavorative. Ma a loro non glie ne frega nulla di tutto ciò. Inoltre di buone
ragioni per sostenere la proroga del “blocco dei licenziamenti” ce ne sono molte altre: ad esempio il fatto
che non abbiamo ancora un quadro legislativo adeguato per proteggere tutti i lavoratori che potrebbero
perdere il lavoro e che in molti lo hanno già perso. Nonostante il blocco, nel periodo di pandemia, sono già stati
persi 900 mila posti di lavoro nell’ambito dei contratti a termine e del lavoro precario, saltuario, stagionale
e ad ore.

Chi spinge per riprendersi la “licenza di licenziare” usa un argomento molto smart nei talk, cioè
che saremmo l’unico paese in Europa – tra quelli paragonabili – ad aver assunto questa norma cautelativa di
sospendere i licenziamenti. Ora, a parte il fatto che misure di blocco dei licenziamenti sono state prese sia in Spagna che in Portogallo, nessuno in questi talk del k…. dice che l’Italia è l’unico paese in Europa fra quelli paragonabili (Germania, Francia, Spagna, per non parlare di Olanda e Svezia) che non ha un sistema di ammortizzatori universale e di salario minimo.

Ecco allora che la riforma degli ammortizzatori deve essere contestuale allo sblocco dei licenziamenti e quindi doveva entrare già nel provvedimento sui sostegni, perché ha la stessa urgenza e la stessa ratio. Invece purtroppo è stata declassata anche nel PNRR, dove è inserita in un elenco secondario di riforme senza neanche un crono programma.

Per concludere, vi pare che ci possa essere una ripartenza positiva del paese ed una svolta virtuosa con i licenziamenti di massa? La stima che fa la Banca d’Italia è di circa 600mila licenziamenti potenziali. Occorre riformare il mercato del lavoro e creare nuova occupazione; occorre ridurre l’orario di lavoro a parità di salario, per ripartire fra tutti il lavoro e il reddito prodotto, riducendo la
disoccupazione è l’assistenza passiva; occorre fare bene con regole e vincoli di sicurezza, anticorruzione e antimafia. L’obiettivo deve essere fare bene, non fare in fretta, tra un’opera fatta in fretta dalle mafie e un opera fatta lentamente nella legalità, io scelgo la lentezza e la legalità, che è anche garanzia che quell’opera duri e funzioni, non crolli e non precipiti, non produca disgrazie e disservizi.

Quindi sarebbe il caso di ascoltare meno Confindustria ed ascoltare di più i sindacati dei lavoratori e delle lavoratrici, che sono portatori di un interesse più comunitario. Ma sarebbe anche il caso che i sindacati si facessero sentire di più. Non c’è chi non veda
che, rispetto alla gravità della situazione e alla delicatezza del confronto col governo Draghi, la risposta
sindacale non è all’altezza. Volete un esempio concreto? Venerdi scorso Cgil Cisl Uil hanno tenuto una manifestazione a
Montecitorio con la presenza massima di 100 persone in ossequio alle norme antiassembramento. Direi che
rasentiamo il ridicolo. Non sostengo che dobbiamo fare come i ristoratori e violare le norme di sicurezza
anti-Covid, ma, se le norme impongono 100 persone su una piazza, dobbiamo occupare 100 – 1000
piazze e moltiplicare presenze e distanze, iniziative e protagonismo, per dare il senso profondo della nostra
lotta e delle nostre rivendicazioni.

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